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18 novembre 2018

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11.04.2018

Hemingway, Proust
e l’immortalità
secondo Campanile

Manet, Mazzo di asparagi, 1880
Manet, Mazzo di asparagi, 1880

«Arrivederci a cena» disse il colonnello. «Che cosa c’è?». «Quello che vuole, e se qualcosa non lo abbiamo glielo faccio fare apposta». «Ci sono asparagi freschi?». «Lo sa che in questi mesi non ci sono. Vengono in aprile da Bassano». Non sorprende che Ernest Hemingway, autore del brano (da “Di là dal fiume e tra gli alberi”, 1950), conoscesse gli asparagi bianchi di Bassano, dato che - com’è noto - trascorse un lungo periodo nell’Alto Vicentino durante la prima guerra mondiale. L’autore appartiene peraltro a una folta compagnia di scrittori e poeti che nei secoli hanno celebrato l’Asparagus officinalis, la cui parte commestibile ha il nome scientifico di turione. Giandomenico Cortese, in “L’asparago bianco di Bassano” (Terra Ferma) offre un ricco elenco di citazioni riferite all’asparago, partendo dalla leggenda secondo la quale l’ortaggio arrivò nel Bassanese ad opera di Antonio da Padova, inviato da Francesco d’Assisi con il compito di rabbonire Ezzelino da Romano: il frate portoghese riuscì nell’intento seminando la prima asparagiaia. La letteratura, dice Cortese, «è ghiotta di asparagi, li ha raccontati in tutte le salse». Spuntano dove meno li si aspetta. In “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, per esempio: «Sostavo rapito davanti agli asparagi, aspersi d’oltremare e di rosa, e il cui gambo, delicatamente spruzzettato di viola e d’azzurro, declina insensibilmente fino al piede – pur ancora sudicio del terriccio del campo – in iridescenze che non sono terrene». E Proust accenna, da par suo, a una conseguenza che ben conosce chi consuma asparagi: «Si divertivano (...) a mutar il mio vaso da notte in un’anfora di profumo». Una delle opere più curiose è quella di Achille Campanile, che intitola “Asparagi e immortalità dell’anima” uno dei suoi straordinari racconti umoristici: «Non c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima», chiarisce subito. I primi sono «un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe»; la seconda «è una questione» «che da secoli affatica le menti dei filosofi». Dell’esistenza dell’immortalità dell’anima si può discutere; dell’esistenza degli asparagi, no. A ben vedere, continua però Campanile, qualche punto di contatto si trova: ambedue «possono generalmente considerarsi cose gradevoli» (corsivo dell’autore). Inoltre, se l’anima è immortale, «resta molto, resta la parte migliore di noi». Anche dell’asparago resta molto, nota Campanile, ma «resta la parte peggiore, il gambo». E qui, naturalmente, gli estimatori del bianco di Bassano Dop hanno di che eccepire: il “loro” asparago” si mangia tutto, altro che gambo da scartare. Anzi, è una delle peculiarità del prodotto di cui Bassano va fiera: «Ma un’altra gloria / (guai se la ve scapa!) / la xe i so spàrasi: i più bei del mondo! Che ben consà, co i so vovi duri, messi a corona int’un piato fondo, fa diventare i povareti siuri». Parola del farmacista poeta Emanuele Zuccato. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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