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16 novembre 2018

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06.06.2018

Greco o etrusco?
Il celebre vitigno
conserva il mistero

Pietro de’ Crescenzi
Pietro de’ Crescenzi

Il Veneto, la Sicilia, la Catalogna. Regione lontane, accomunate - in una modalità ancora non chiara - da tre vitigni. Si chiamano Garganega in Veneto, Grecanico dorato in Sicilia, Malvasia de Manresa in Catalogna: recenti studi hanno evidenziato che sono praticamente identici tra loro dal punto di vista del profilo genetico. La questione è come possono essersi diffusi in aree così distanti.Per quanto riguarda il vitigno siciliano, il Grecanico dorato, il nome denuncia un'origine greca: pare siano stati appunto i Greci a introdurlo in Sicilia già nel VII secolo avanti Cristo. Potrebbe quindi essere stato portato in Veneto, dove avrebbe trovato un habitat ideale tra le province di Vicenza e Verona, specie nella zona delle Doc Gambellara e Soave. Il nome Garganega potrebbe essere a sua volta derivato da Grecanico. Ipotesi suggestiva, che però non tiene conto della tradizione, consolidata e non priva di elementi a suffragio, secondo cui la Garganega sarebbe di origine etrusca. La prima attestazione documentale è in un trattato di Pier de' Crescenzi (in alcuni siti internet si parla erroneamente di Luigi De Crescenzi), intellettuale bolognese vissuto tra il 1233 e il 1320, che si occupò di filosofia, giurisprudenza, medicina e agricoltura. Nel libro Ruralia commoda cita la Garganica, distinguendo le varietà Femina e Mascula. "Uva bianca e rotonda - scrive de' Crescenzi - mirabilmente dolce, chiara di color d'oro con buccia spessa, serbevole (cioè che si mantiene bene per lungo tempo, ndr) più d'ogni altra". "Garganica", in onore di questa paternità nobile, è il nome scelto per la rassegna in programma dal 9 all'11 giugno, al palazzo delle Opere sociali di Vicenza, per valorizzare il vitigno e in particolare i due vini prodotti al 100 per cento con uva garganega, cioè il Gambellara Doc e il Recioto di Gambellara Docg. Quel "serbevole" di de' Crescenzi potrebbe riferirsi alla pratica dell'appassimento, base per la produzione del Recioto con i picai, i grappoli appesi.Comunque sia arrivata sulle colline tra Verona e Vicenza, la Garganega ne è diventata l'uva regina. Le minuziose ricerche dello storico Luigi Zonin hanno consentito di scovare un atto del notaio Piosello da Sarego, datato 21 novembre 1428, con il quale il nobile Bartolomeo da Sarego concedeva ad Antonio di Gambellara l'affitto di tre campi con alcune clausole, tra cui l'obbligo di piantare quattuor plantas vitium garganegarum uvarum sive bogolarum, cioè "quattro pergole di viti di uve garganeghe o bogolari". Rimane l'enigma, che Zonin ammette di non aver sciolto, su che cosa si intendesse con "bogolari". D'altra parte, aggiunge lo storico, se il notaio non ha ritenuto necessario aggiungere ulteriori specifiche, significa che la coltivazione della Garganega era già ben conosciuta. Un altro contratto d'affitto, che risale al 1468, sempre stipulato dal nobile Bartolomeo, stabiliva quale canone, oltre a denaro e vino, unam zestam magnam uve garganege. L'uva "mirabilmente dolce", per dirla con de' Crescenzi, era considerata una prelibatezza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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