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22.03.2014

Nel '45 la bomba dei partigiani

Nel '45 la bomba dei partigiani
Nel '45 la bomba dei partigiani

Il nome, Ponte degli Alpini, rimanda alla Grande guerra e all'epopea delle Penne nere, ma nella storia del monumento simbolo di Bassano sono scritte anche altre pagine fondamentali legate alla Resistenza e all'ultimo scorcio del secondo conflitto mondiale. Lo spiega Francesco Tessarolo, storico e presidente dell'Associazione Volontari della Libertà.
«Il 17 febbraio del '45 - dichiara – il Ponte fu al centro di un'azione partigiana, condotta dai capibrigata Masaccio, Bill e Rino. L'obiettivo era farlo saltare, innanzitutto per evitare i possibili bombardamenti alleati sul centro storico, poi per sabotare le via di fuga delle truppe tedesche coordinandosi con le altre formazioni partigiane in Pedemontana».
Una quindicina di combattenti si diede quindi appuntamento poco prima delle 17.30 nello spiazzo della chiesa di S. Croce.
Travestiti da soldati tedeschi e da camicie nere, si divisero in due squadre, ognuna delle quali conduceva un carretto con centoventi chili di esplosivo.
«Il piano - prosegue Tessarolo - prevedeva che un gruppo salisse per via Verci, in centro storico, l'altro per la parallela via Marinali ma all'altezza del Tempio ossario furono costretti a riunirsi a causa del trambusto che si era creato in zona».
I quindici partigiani risalirono fino alle piazze, senza che nessuno li fermasse. Arrivate al Ponte, le due squadre si divisero,una a destra, l'altra a sinistra del monumento. In pochi minuti (alle 19 scattava il coprifuoco) furono piazzate le cariche esplosive.
«Prima di far saltare il Ponte - aggiunge Tessarolo - dovevano esplodere anche alcune cariche di avvertimento, in modo che i passanti si tenessero alla larga. Qualcosa, però, non andò per il verso giusto e nell'operazione persero la vita due civili».
Dell'esplosivo piazzato sul Ponte, scoppiò, una dozzina di minuti dopo le 19, solo quello messo sul lato di Angarano. L'effetto, però, fu sufficiente a mettere fuori uso la struttura e a lanciare un messaggio fondamentale ai nazifascisti presenti nel Bassanese.
«Sul piano strategico - spiega Tessarolo - l'azione si coordinava con una serie di altri sabotaggi messi in atto sui ponti della Pedemontana e,dal punto di vista logistico, mirava a compromettere alcune importanti vie di comunicazione. Importante, però, era anche il valore simbolico del gesto».
Il sabotaggio del Ponte era infatti la prima grande azione partigiana dopo il rastrellamento sul Grappa del 26 settembre 1944. Con la cattura e l'impiccagione di oltre trenta giovani lungo l'attuale viale Dei Martiri, i nazifascisti contavano di aver assestato un colpo definitivo alla Resistenza nel Bassanese.
Nei mesi successivi, tuttavia, Masaccio riuscì a ricomporre e addestrare in tempi rapidi una brigata, subito intitolata ai Martiri del Grappa.
Nel frattempo Bassano era stata presa di mira dai bombardieri alleati, subendo in pochi mesi trentadue incursioni aeree con sgancio di ordigni. L'aviazione alleata aveva preso di mira soprattutto il Ponte della Vittoria, ma dopo averlo messo fuori uso si sarebbe dedicata al Ponte degli Alpini. In questo secondo caso era più che concreto il rischio che ne andasse di mezzo anche il centro storico, e dopo che più di 370 case erano state già distrutte e lesionate (e 40 bassanesi erano morti nei bombardamenti) la brigata Martiri del Grappa voleva evitare ulteriori perdite.
Da qui la decisione di far saltare il monumento, rendendolo inservibile al passaggio di mezzi motorizzati. L'operazione riuscì ma pochi giorni più tardi i nazifascisti risposero uccidendo tre giovani per rappresaglia. La mattina del 29 aprile, infine, i tedeschi in ritirata fecero saltare quel che rimaneva del Ponte. Fu necessario attendere il 1948 per vederlo nuovamente agibile. E nell'anno di entrata in vigore della Costituzione anche il monumento palladiano tornò allo splendore originario.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lorenzo Parolin
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