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14.07.2012

E' morto il conte Giannino Marzotto
Industriale tessile e mecenate

E' morto oggi il conte Giannino Marzotto, industriale tessile e mecenate, era malato da tempo
E' morto oggi il conte Giannino Marzotto, industriale tessile e mecenate, era malato da tempo

TRISSINO. Il conte Giannino Marzotto, 84 anni, si è spento ieri all'ospedale di Padova alle 15.15 dov'era ricoverato da dicembre a causa di un male incurabile. Il giorno del suo compleanno, il 13 aprile scorso, era tornato a Trissino per l'ultima volta per essere festeggiato dai famigliari più stretti: le tre figlie Margherita, Cristiana e Rori; l'inseparabile Elisabetta e il genero Ferdinando Businaro, che per lui era come un figlio. Era fiero delle sue origini vicentine, non a caso ha sempre vissuto tra Valdagno e Trissino, e del suo essere italiano. Ma si sentiva orgogliosamente un Marzotto, oggi giunti alla settima generazione e imprenditori da oltre duecento anni, figlio del grande Gaetano junior che venerava, cresciuto fin da piccolo seguendo l'insegnamento tramandato che «i poteri si delegano, le idee no». Perciò il conte Giannino, un uomo poliedrico e colto, squisito e alla mano, ma anche schietto («è vero, da giovane potevo essere molto ruvido») e generoso; dall'intelligenza cristallina ma conscio dei propri limiti («mio fratello Pietro fino a metà anni Novanta è stato straordinario come capitano d'industria ed era giusto che fosse lui a dettare la strategia»), spiegava di essere un progressista indifferente sia alla destra che alla sinistra, un ex liberale («ora solo post kantiano»). Ninetto, come poteva chiamarlo solo il padre, viene proiettato ai vertici della Manifattura Lane Marzotto all'inizio degli anni Cinquanta. È l'epoca in cui i “conti correnti”, come vengono chiamati i rampolli della più grande azienda tessile europea giocando sul titolo nobiliare, la loro ricchezza e la grande passione per i motori, sono vissuti dalle masse popolari come inarrivabili. Assieme agli Agnelli sono i più bei nomi del solido capitalismo nazionale. Quando per un infarto papà Gaetano gli affida nel 1953 lo scettro, Giannino dirà più tardi, e non potrebbe far altro a 25 anni, di «avere comandato prima di avere abbastanza imparato». E con arguzia aggiungeva di avere dovuto privilegiare «l'ascolto al sermone». Quando si sposa di lì a poco - nel '53 nasce la primogenita Margherita -, gli è testimone Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Per sedici anni, fino ai moti dell'autunno caldo, guida l'azienda cercando di modernizzare quel “paternalismo”, antesignano del walfare statale nell'accompagnare il lavoratore dalla culla alla tomba, che ha nella città sociale il suo emblema. Su questo concetto gli storici dell'economia si sono spesso misurati e scontrati, venendo tacciati da Giannino di essere «degli intellettuali, ostili e presuntuosi», anche se poi aggiungeva che se per paternalismo si intende un «atteggiamento di guida e di intervento a larga discrezionalità imprenditoriale, che ha per sfondo il fervore e la sollecitudine dei problemi sociali, allora mi ci riconosco». Anni dopo scriverà che quell'intenso periodo che si concluderà con un «passo indietro» perché consapevole che, nonostante avesse poco più di 40 anni, altre erano le doti che si addicevano al leader di una famiglia in cui un cavallo di razza come Pietro scalpitava per raccogliere il testimone industriale, è stato il «momento della responsabilità». Sono gli anni in cui il suo grande attivismo dentro e fuori la conglomerata Marzotto, lo porta a conoscere i potenti del mondo. Quando nel '63 vola a Washington con un gruppo di valdagnesi che fanno parte dell'Incontro Club, viene ricevuto alla Casa Bianca da John Fitzgerald Kennedy. Tiene un discorso, Jfk lo applaude per la sua visione dei problemi. Ma forse perché Giannino si considerava con modestia un “institore”, cioè il preposto dell'imprenditore, quando «la contestazione politico-sindacale prese il sopravvento decisi di farmi da parte». Eppure il 17 aprile 1968 il padre lo nominò presidente e consigliere delegato della Marzotto. Neanche un anno dopo, il 31 marzo 1969, rimise tutte le deleghe. «Non contavo più nulla», dirà con sarcasmo. E invece proprio allora comincia a investire in nuove attività industriali, con alterne fortune, ritagliandosi un ruolo cresciuto nel tempo di mecenate in campo culturale e sportivo. Perché era legato visceralmente alla terra vicentina. Come non ricordarlo patrocinatore del Galà dello Sport organizzato dall'amico Gianmauro Anni e dal suo Sport Quotidiano; oppure venire incontro a centinaia di immigrati con una grande festa alla Colombara, eletta a sua dimora quale «casa di pietra». «Col passare degli anni - raccontava al cronista prima di entrare in ospedale - ho compreso perché mio padre era attento all'aspetto distributivo della ricchezza, che deve ricadere sul territorio. Anch'io ho agito con fini di benessere sociale e come mio papà mai in contrasto con l'interesse collettivo. Il mondo è di tutti». Un'intelligenza coraggiosa.
Ivano Tolettini

VIDEO. Mille Miglia, primo Giannino Marzotto
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